L'angolo non è un posto
Non possiedi un angolo. Lo possiedi finché l'altro non lo annulla. Primo capitolo di «Geometria del ring»: cosa si può misurare, cosa stiamo solo modellando, e dove finisce l'evidenza.
«Esci a quarantacinque gradi.»
È una delle frasi più comuni in palestra. Sembra precisa. Contiene un numero, una direzione e quasi una promessa: fai il passo giusto e ti troverai nel posto giusto.
Il problema è che un angolo non esiste da solo.
Quarantacinque gradi rispetto a cosa? Alla linea iniziale tra i due pugili? Alla direzione dei piedi dell'avversario? Alle sue spalle? Alla traiettoria del jab? Al centro del ring? E soprattutto: mentre tu ti sposti, l'altro resta fermo?
La boxe non si svolge sopra un foglio immobile. È una geometria che reagisce. Ogni posizione modifica le azioni disponibili, ma ogni azione costringe entrambi i pugili a ricalcolare posizione, distanza, orientamento ed equilibrio.
Per questo l'angolo non è un posto da raggiungere. È una relazione da creare prima che l'altro riesca a correggerla.
Un angolo diventa vantaggioso quando un pugile rimane in condizione di agire mentre l'avversario deve spendere movimento e tempo per riallinearsi.
Questa non è una legge scientifica. È un modello: una struttura abbastanza semplice da essere capita, disegnata, simulata e — in futuro — misurata. La parte interessante comincia proprio qui.
Il numero
Quarantacinque gradi rispetto a cosa?
Immaginiamo due pugili uno davanti all'altro. Il pugile A compie un passo diagonale. Se B rimane orientato verso la vecchia posizione, A ha cambiato la relazione tra i due corpi: può vedere una linea che prima non esisteva, mentre B deve ruotare per recuperarla.
Ora ripetiamo la stessa scena, ma lasciamo che B segua immediatamente il movimento. Il passo di A è identico. La traiettoria è identica. Il numero è identico. Il vantaggio è scomparso.
In una terza scena A si sposta di molto meno, ma lo fa mentre B ha trasferito peso in avanti, ha allungato il passo e sta completando un destro. Lo spostamento geometrico è più piccolo, ma la correzione richiesta all'avversario è molto più costosa.
Lo stesso angolo, tre esiti
- crea una linea offensiva;
- non cambia quasi nulla;
- è piccolo nello spazio ma grande nel tempo.
La ricerca sui sistemi dinamici applicati agli sport di combattimento propone di osservare i due avversari come una singola sinergia interpersonale: percezioni e azioni dei due atleti sono accoppiate, e le possibilità di attacco e difesa emergono dalla relazione, non dalle caratteristiche isolate di un singolo corpo. Krabben, Orth e van der Kamp indicano la distanza interpersonale come candidato parametro di controllo e osservano che servono parametri d'ordine più raffinati, «come l'orientamento relativo o il centro di massa relativo» dei due contendenti [2].
È esattamente il buco in cui questo articolo prova a infilare un modello: se l'orientamento relativo è una variabile candidata ma nessuno la sta ancora misurando in modo sistematico nella boxe, tanto vale definirla bene prima di illudersi di averla capita.
Non possiedi un angolo. Lo possiedi soltanto finché l'altro non lo annulla.
Coordinate
Il ring come sistema di riferimento
Per rendere il problema misurabile possiamo, per un momento, semplificare i pugili in due punti su un piano. La posizione di A è (xA, yA), quella di B è (xB, yB). La distanza tra loro è la formula che tutti abbiamo già visto a scuola.
Distanza interpersonale
d = √( (xB − xA)² + (yB − yA)² )
Ma i centimetri non raccontano tutto. Centottanta centimetri possono essere una distanza offensiva per un pugile alto con grande allungo e una distanza morta per un atleta più basso. La misura utile deve essere rapportata alle capacità della persona: normalizziamo la distanza usando una lunghezza caratteristica LA, per esempio l'allungo funzionale di A.
Distanza normalizzata
ρA = d / LA
Non è un'invenzione da lavagna. Nel 2006 Hristovski e colleghi chiesero a otto pugili principianti — ventuno-ventitré anni, appena usciti da un corso di tecnica elementare di due semestri — di colpire un sacco pesante fissato al muro, senza prescrivere quali colpi usare, chiedendo solo di massimizzare efficienza e varietà. Il metro davanti al sacco era calibrato in dieci segmenti da dieci centimetri, e a ogni distanza ciascun atleta eseguiva sessanta colpi.
Il risultato è che jab, ganci e montanti non comparivano con la stessa probabilità a tutte le distanze: esistevano valori critici di distanza normalizzata in cui una classe di colpi appariva o spariva dal repertorio. Intorno a una distanza scalata di circa 0,6 gli autori individuarono la regione di massima metastabilità, cioè quella in cui il pugile può passare da un tipo di colpo all'altro con la massima flessibilità [1].
Il bersaglio era immobile e fissato al muro. I partecipanti erano principianti. La guardia era vincolata a una posizione parallela. Non esistevano minacce, finte, difese o contrattacchi. Eppure il punto essenziale regge: la distanza, rapportata al corpo, modifica lo spazio delle possibilità.
La distanza non misura solo quanto manca al bersaglio. Misura quali decisioni sono ancora credibili.
Orientamento
Un pugile non è un punto
La rappresentazione con due punti è utile ma incompleta. Un pugile ha una direzione: piedi, bacino, spalle e guardia non sono orientati allo stesso modo in ogni istante. Due atleti possono trovarsi alla stessa distanza e avere possibilità completamente diverse.
Aggiungiamo quindi a ciascun pugile un vettore di orientamento, oA e oB, e chiamiamo rAB il vettore che va da A verso B. L'angolo con segno tra la direzione di A e la posizione di B è:
Errore angolare di A
βA = atan2( det(oA, rAB), oA · rAB )
Come si legge βA
- vicino a 0°: A è orientato verso B;
- positivo: B si trova da un lato della direzione di A;
- negativo: si trova dall'altro;
- più cresce il valore assoluto, maggiore è la rotazione necessaria per ritrovare il bersaglio frontalmente.
La stessa formula, applicata a B con il vettore rBA, restituisce βB. Ora non stiamo più chiedendo soltanto «dove sono i pugili?», ma quanto A è orientato verso B, quanto B è orientato verso A, e chi deve correggere di più la propria struttura per tornare operativo.
Demo interattiva
Muovi A, ruota B, guarda cosa succede a G
Vista dall'alto. Trascina A o usa gli slider: distanza, rilevamento dell'uscita e orientamento dei due pugili. I valori sotto sono calcolati dalla geometria a ogni fotogramma, con le stesse formule dell'articolo.
- d
- 1.65 m
- ρA = d / LA
- 1.83
- βA
- 0.0°
- βB
- 0.0°
- G = |βB| − |βA|
- 0.0°
Relazione simmetrica: nessuno dei due deve correggere più dell'altro.
Trascina A oppure usa gli slider. Ogni valore è ricalcolato dalla geometria, non è precompilato.
Asimmetria
G, ovvero chi deve correggere di più
Da queste due misure possiamo costruire un indicatore molto semplice.
Asimmetria geometrica
G = |βB| − |βA|
Come si legge G
- G ≈ 0: i due pugili sono orientati l'uno verso l'altro in modo simile;
- G > 0: A è più allineato verso B di quanto B lo sia verso A;
- G < 0: la relazione favorisce geometricamente B.
Se A ha |βA| = 8° e B ha |βB| = 38°, allora G = 30°. A sta guardando quasi direttamente B; B deve ruotare di trenta gradi in più per ricostruire un allineamento simile. È il tipo di posizione che in palestra chiamiamo «aver preso l'angolo».
Ma il numero da solo non assegna il vantaggio. A potrebbe essere fuori distanza. Potrebbe avere i piedi incrociati. Potrebbe essere in caduta laterale. Potrebbe aver conquistato una bella immagine senza possedere un colpo disponibile. Per questo G va letto insieme ad almeno altre due condizioni.
Stato minimo della relazione
S = ( ρA , G , bA )
La terza variabile è la più difficile. L'equilibrio non si deduce dalla posizione di un punto: richiede informazioni sui piedi, sul centro di massa e sulla fase del movimento. La biomeccanica aiuta a capire perché. Dinu e Louis hanno analizzato cross, gancio e montante con diciassette sensori inerziali su ventitré pugili — quindici élite e otto junior — trovando differenze sistematiche non solo nella forza espressa, ma nel contributo dei segmenti corporei: i junior compensavano con la spalla, gli élite reclutavano meglio gomito e bacino [3].
Uno studio del 2025 ha misurato con doppia pedana di forza il contributo degli arti inferiori in dieci pugili dilettanti, prima e dopo un circuito affaticante di nove minuti e mezzo: la forza del colpo è calata mediamente del 4,26%, con le riduzioni maggiori su cross e gancio sinistro [7]. La conclusione utile non è che esista una posizione biomeccanica unica. È più prudente.
Un angolo senza base è una fotografia. Non è ancora un'azione.
Tempo
L'angolo compra tempo
La geometria diventa tattica quando produce un ritardo. Supponiamo che A esca dalla linea a un certo istante. B comincia a ruotare, riposiziona i piedi, recupera il bersaglio, e torna sufficientemente allineato più tardi. La differenza tra i due istanti è la finestra di riallineamento.
Finestra di riallineamento
τ = t_riallineamento − t_uscita
Per misurarla davvero serve una soglia dichiarata prima dell'analisi: consideriamo B riallineato quando il suo errore angolare rientra sotto una tolleranza ε.
|βB| ≤ ε
Anche questa definizione è incompleta senza guardare la base: un pugile può avere il busto apparentemente orientato sul bersaglio e non essere ancora in grado di trasferire peso, difendere o contrattaccare. Ma τ permette di formulare una domanda migliore di «quanti gradi ha creato?».
Per quanto tempo il movimento ha costretto l'avversario a inseguire una relazione già cambiata?
È qui che il check hook e il pivot acquistano senso. Il gancio non è soltanto un colpo che arriva mentre l'altro entra; il pivot non è soltanto un giro elegante. La combinazione cerca di lasciare l'avversario orientato verso una posizione che non esiste più.
Simulazione
Tre avversari, lo stesso passo
Fin qui sono parole con dentro dei simboli. Per vedere se il modello dice qualcosa, ho scritto una simulazione cinematica: A esce lungo un arco di 17° attorno alla posizione di B, a velocità tangenziale costante (circa 1,4 m/s), restando orientato sul bersaglio. B è un inseguitore con due soli parametri — una latenza di reazione e una velocità angolare massima — e viene fatto girare in tre modi diversi. Il pivot dura 0,35 secondi e comincia a 0,30. Passo di integrazione 5 millisecondi, orizzonte 2 secondi, distanza iniziale 1,65 metri, allungo funzionale 0,90 metri, tolleranza ε = 12°.
I tre scenari
- STATICO — B non ruota affatto.
- REATTIVO — B parte dopo 0,12 s e ruota fino a 220°/s.
- IMPEGNATO — B ha il peso in avanti: per 0,35 s continua a camminare lungo la vecchia linea a 1,1 m/s, e solo dopo comincia a girare, a 140°/s.
Nessuna di queste costanti è misurata su atleti veri. Sono assunzioni editoriali, dichiarate nel codice e nel report. Ma una volta fissate, tutto il resto — βA, βB, G, ρA, τ — viene calcolato dalla geometria a ogni passo, non disegnato a mano.

Lo stesso passo di 17°, tre avversari diversi, ciascuno nel proprio istante di massima asimmetria. Figura generata dalla simulazione.
Simulazione e figura: raffaelezarrelli.com
Risultati della simulazione
| Scenario | Picco di G | Istante del picco | τ misurato |
|---|---|---|---|
| STATICO | 17,0° | 0,65 s | oltre l'orizzonte di 2 s |
| REATTIVO | 5,8° | 0,42 s | 0 s — mai oltre ε |
| IMPEGNATO | 22,0° | 0,65 s | 0,42 s |
Il risultato che mi interessa è il terzo. Contro l'avversario impegnato in avanti, l'asimmetria di picco supera quella ottenuta contro un avversario completamente immobile: 22,0° contro 17,0°. Il passo di A è lo stesso in tutti e tre i casi. La differenza la fa il fatto che B stava ancora investendo lungo la vecchia linea.

G(t) nei tre scenari. Contro l'avversario reattivo la curva non supera mai la soglia: il vantaggio non nasce proprio.
Simulazione e figura: raffaelezarrelli.com
E c'è un secondo dettaglio che il modello rende visibile solo perché è stato costretto a essere esplicito: un pivot puro attorno all'avversario conserva la distanza. Nei primi due scenari ρA resta inchiodato a 1,83. Cambia soltanto nel terzo, e non per merito di A: è B che, camminando in avanti, si è accorciato la distanza da solo.

ρA(t). Il pivot da solo non accorcia la distanza: nello scenario impegnato è l'avversario ad accorciarla.
Simulazione e figura: raffaelezarrelli.com
È un giocattolo cinematico. Non contiene piedi, centro di massa, equilibrio, trasferimento di peso, finte, colpi o capacità offensiva. Le latenze e le velocità angolari non vengono da una distribuzione misurata in letteratura: sono scelte da me. Non è stata calibrata né validata su video, sensori o risultati agonistici. Mostra le conseguenze geometriche delle assunzioni dichiarate, e nient'altro. Il codice è pubblico proprio perché chiunque possa cambiare quei numeri e vedere cosa succede.
Lo script completo — simulazione, misura di τ e generazione delle tre figure — è scaricabile qui: bastano numpy e matplotlib per rieseguirlo e ottenere esattamente le cifre riportate sopra.
L'angolo visibile è nello spazio. Il vantaggio utilizzabile è nel tempo.
Velocità
Veloce non vuol dire disponibile
Siamo abituati a immaginare il combattimento come una gara di velocità: chi parte prima, chi muove la mano più rapidamente, chi arriva per primo. Ma il tempo di un'azione non coincide con la velocità del pugno.
Piorkowski, Lees e Barton hanno confrontato jab, cross e ganci in dieci atleti di livello agonistico, catturati con un sistema optoelettronico a otto camere, eseguiti come colpo massimale singolo oppure dentro una combinazione. I ganci raggiungevano velocità di contatto superiori ai colpi dritti, ma con tempi di consegna significativamente più lunghi. E il colpo singolo massimale toccava 9,26 m/s contro i 7,49 m/s della stessa tecnica eseguita fuori sincrono dentro una combinazione [6].
Sono dati di laboratorio, non di combattimento libero. Non ci dicono quale colpo «sia migliore». Ci ricordano però che velocità, tempo di esecuzione e disponibilità tattica sono tre cose diverse. Un pugno teoricamente rapido è inutilizzabile se il corpo deve prima ruotare, recuperare i piedi o ritrovare il bersaglio. Un colpo meno veloce può arrivare prima perché nasce da una struttura già pronta.
Cosa dovrebbe separare un'analisi seria dell'angolo
- il tempo necessario a vedere nuovamente il bersaglio;
- il tempo necessario a orientare il corpo;
- il tempo necessario a produrre una risposta credibile.
La geometria crea o sottrae questi tempi prima ancora che il pugno parta.
Qualità
Il vantaggio non è il volume
Una posizione favorevole non serve a produrre più azioni. Serve a migliorare la qualità delle azioni disponibili.
Dunn e colleghi hanno analizzato ventisei pugili dilettanti in diciannove incontri dei campionati nazionali australiani del 2015, categorie élite maschili. I vincitori non lanciavano più pugni dei perdenti: il volume totale era simile. Erano più accurati. Il 33% dei loro colpi risultava a segno contro il 23% dei perdenti, e i colpi completamente a vuoto scendevano dal 27% al 17% [4].
Il campione era piccolo e il sistema di giudizio studiato era quello dilettantistico a dieci punti. Non possiamo trasformare queste percentuali in una regola universale. Ma il principio è coerente con il nostro problema: un buon angolo non si valuta dal numero di passi o di pugni che genera, bensì dall'aumento della qualità della relazione.
- più possibilità di colpire;
- meno possibilità di essere colpiti;
- maggiore controllo sulla risposta;
- minore necessità di ricominciare lo scambio da una posizione neutra.
Un lavoro del 2025 sulle dodici finali dei Mondiali femminili IBA 2023 ha registrato 1323 azioni offensive e 1456 difensive. Le vincitrici eseguirono meno azioni offensive delle avversarie (635 contro 688) ma con rapporti di efficacia costantemente superiori in tutti e tre i round. E — questo è il punto che riguarda noi — il pivot risultò l'azione più fortemente associata alle vincitrici, con un residuo standardizzato di +4,77 [5].
Nello stesso studio anche l'arretramento isolato risultava associato alle vincitrici (+2,99), mentre la combinazione «arretramento più contrattacco» mostrava soltanto una tendenza positiva (+1,79) che non raggiungeva la soglia di significatività. È una differenza che vale la pena non appiattire: il dato sostiene il pivot e l'arretramento, non ancora la sequenza completa.
E in ogni caso l'associazione non dimostra che pivotare faccia vincere. Le migliori atlete potrebbero pivotare bene perché possiedono già timing, lettura, equilibrio e precisione superiori. La direzione causale non è stabilita. Ma il risultato rende la domanda degna di essere studiata.
Il movimento crea davvero una posizione migliore, o è solo il segno visibile di una capacità tecnica più ampia?
Errori
Tre modi di sbagliare a parlare di angoli
Il primo è cercare l'angolo perfetto. Non esiste un numero che funzioni indipendentemente da guardia, distanza, allungo, velocità e stato dell'avversario. Quarantacinque gradi possono essere troppi se ti portano fuori dalla tua base. Dieci possono bastare se l'altro è già impegnato. Trenta possono essere inutili se l'avversario ruota insieme a te. L'angolo corretto è il minimo cambiamento che produce una differenza operativa.
Il secondo è confondere il movimento laterale con il vantaggio. Spostarsi di lato non significa automaticamente uscire dalla linea d'attacco: puoi muoverti lateralmente e restare perfettamente leggibile, puoi persino accompagnare il riallineamento dell'avversario mantenendo intatta la simmetria. È esattamente lo scenario REATTIVO della simulazione, quello in cui G non supera mai la soglia.
Il terzo è fermare l'analisi al fotogramma migliore. Una fotografia può far sembrare dominante una posizione che dura un decimo di secondo. La variabile importante non è il picco di G, ma la sua evoluzione: G(t). Un buon movimento produce un aumento rapido dell'asimmetria e la conserva abbastanza a lungo da permettere un'azione. Un movimento decorativo produce un picco spettacolare e collassa subito.
Livelli
Quello che sappiamo, quello che stiamo modellando
Per dare peso a un progetto del genere bisogna evitare l'errore più comune della divulgazione sportiva: mescolare risultati scientifici, esperienza tecnica e metafore come se fossero la stessa cosa. Conviene dichiarare i livelli separatamente.
Evidenza
- La distanza rapportata al corpo modifica la selezione e la probabilità delle azioni in un compito di boxe contro un bersaglio statico [1].
- La performance negli sport da combattimento emerge dalla co-adattazione dei due avversari; distanza interpersonale, orientamento relativo e centro di massa relativo sono variabili candidate per descriverla [2].
- La tecnica del pugno coinvolge una catena di segmenti e forze che non si riduce al movimento del braccio, e degrada con la fatica [3][7].
- Precisione e qualità delle azioni distinguono vincitori e perdenti meglio del semplice volume, in alcuni campioni osservati [4][5].
Modello (nostro, non validato)
- una posizione e un orientamento per ciascun pugile;
- una distanza normalizzata ρA;
- un'asimmetria geometrica G;
- una finestra di riallineamento τ, con soglia ε dichiarata in anticipo.
Ipotesi (da verificare)
- Quando un pugile produce un valore positivo di G, resta nella propria distanza utile e conserva una base operativa, aumenta la probabilità di colpire senza ricevere una risposta immediata.
Queste variabili non costituiscono un sistema per assegnare punti o prevedere il vincitore. Servono a trasformare parole vaghe — «linea», «angolo», «fuori asse» — in osservazioni più precise.
Protocollo
Come si misurerebbe davvero
La prima ricerca non ha bisogno di sensori da laboratorio. Ha bisogno di definizioni migliori della memoria dell'allenatore. Si potrebbe partire da riprese di sparring tecnico con una telecamera fissa e rialzata: il punto di vista dall'alto riduce le distorsioni prospettiche e permette di segnare il centro approssimativo di ciascun pugile, i piedi, l'orientamento delle spalle, l'inizio e la fine dello spostamento, il momento del colpo e il suo esito. Ogni scambio diventa una riga.
Struttura minima del dataset
| Variabile | Descrizione |
|---|---|
| distance_norm | distanza divisa per l'allungo funzionale dell'attaccante |
| beta_attacker | errore angolare dell'attaccante rispetto al bersaglio |
| beta_defender | errore angolare del difensore rispetto all'attaccante |
| G | asimmetria geometrica |
| tau | tempo necessario al difensore per riallinearsi, con ε dichiarato |
| movement | pivot, passo diagonale, passo laterale, arretramento |
| attack_result | pulito, parziale, bloccato, mancato |
| counter_2s | contrattacco ricevuto entro due secondi |
| base_stable | valutazione operativa della stabilità finale |
La parte difficile non è calcolare le formule. È decidere con coerenza quando un pivot comincia, quando finisce, cosa significa «colpo pulito» e come riconoscere una base stabile. Thomson, Lamb e Nicholas svilupparono un modello di analisi notazionale per la boxe dilettantistica e ne valutarono l'affidabilità: le osservazioni ripetute dallo stesso analista erano solide, con accordo tra l'80% e il 100%, mentre l'accordo tra analisti diversi era decisamente meno brillante, pur migliorando con margini di tolleranza [8].
Un dato non diventa oggettivo perché lo mettiamo in un foglio Excel.
Cosa dovrebbe prevedere il protocollo
- un glossario operativo;
- esempi video positivi e negativi;
- una seconda annotazione indipendente su almeno il 15–20% degli scambi;
- pubblicazione dei criteri prima dei risultati;
- dichiarazione esplicita dei casi dubbi.
Non servirebbe presentare il lavoro come una verità definitiva. Basterebbe chiamarlo per ciò che è: uno studio esplorativo.
Limiti
La geometria non sostituisce la boxe
Un modello rischia sempre di innamorarsi delle proprie variabili. Potremmo misurare perfettamente un angolo e ignorare una finta. Potremmo calcolare la distanza e non vedere che un pugile è stanco. Potremmo registrare l'orientamento delle spalle e perdere una mano che controlla la visuale, un frame sull'avambraccio, un piede che blocca l'uscita.
Il combattimento è più grande della sua rappresentazione. La funzione della matematica non è ridurlo a cinque numeri. È costringerci a specificare ciò che crediamo di vedere.
Quando dici «ha creato un angolo», il modello ti obbliga a chiedere
- quanto è cambiata la relazione?
- chi era ancora orientato?
- chi era nella propria distanza?
- chi aveva una base utilizzabile?
- quanto è durato il vantaggio?
- che cosa ha prodotto?
Se non sappiamo rispondere, forse abbiamo visto soltanto un movimento bello.
Chiusura
Il punto non è uscire dalla linea
La boxe viene spesso raccontata attraverso luoghi: il centro, le corde, l'angolo, la corta distanza. Ma nessuno di questi luoghi possiede valore da solo. Il centro è utile finché ti permette di scegliere. Le corde sono pericolose finché riducono le uscite. La corta distanza favorisce chi riesce a operare prima. Un angolo esiste soltanto finché modifica in modo asimmetrico ciò che i due pugili possono fare.
Questo cambia anche il modo di allenarlo. Non basta disegnare una X sul pavimento e raggiungerla. Serve un compito in cui l'avversario possa reagire, seguire, anticipare o perdere la linea. Serve verificare la posizione finale. Serve sapere se il movimento ha prodotto un colpo, una fuga, un nuovo ingresso o soltanto la necessità di ripartire da capo.
L'angolo non è il punto in cui arrivi. È il tempo che obblighi l'altro a spendere per renderti nuovamente disponibile.
Non devi spostarti molto. Devi cambiare la relazione abbastanza presto da essere pronto prima che l'altro abbia finito di correggerla.
Le grandezze G e τ presentate qui sono modelli concettuali originali proposti per la serie «Geometria del ring». Non sono metriche validate clinicamente o agonisticamente e non vanno usate come strumenti automatici di giudizio, selezione o prescrizione dell'allenamento. Le evidenze citate derivano da studi con disegni, popolazioni e contesti differenti — prove su sacco, analisi biomeccaniche standardizzate, analisi notazionali di incontri — e non sono direttamente intercambiabili: servono a costruire domande verificabili, non a sostenere l'esistenza di un angolo universalmente ottimale.
Riferimenti
- [1]Hristovski, R., Davids, K., Araújo, D., & Button, C. (2006). How Boxers Decide to Punch a Target: Emergent Behaviour in Nonlinear Dynamical Movement Systems. Journal of Sports Science and Medicine, 5(CSSI-1), 60–73.
- [2]Krabben, K., Orth, D., & van der Kamp, J. (2019). Combat as an Interpersonal Synergy: An Ecological Dynamics Approach to Combat Sports. Sports Medicine, 49(12), 1825–1836.
- [3]Dinu, D., & Louis, J. (2020). Biomechanical Analysis of the Cross, Hook, and Uppercut in Junior vs. Elite Boxers: Implications for Training and Talent Identification. Frontiers in Sports and Active Living, 2, 598861.
- [4]Dunn, E. C., Humberstone, C. E., Iredale, K. F., Martin, D. T., & Blazevich, A. J. (2017). Human behaviours associated with dominance in elite amateur boxing bouts: A comparison of winners and losers under the Ten Point Must System. PLOS ONE, 12(12), e0188675.
- [5]Martusciello, F., Perazzetti, A., Kaçurri, A., & Tessitore, A. (2025). Notational Analysis of the Final Matches of the 2023 IBA Women's World Boxing Championships. Journal of Functional Morphology and Kinesiology, 10(3), 350.
- [6]Piorkowski, B. A., Lees, A., & Barton, G. J. (2011). Single maximal versus combination punch kinematics. Sports Biomechanics, 10(1), 1–11.
- [7]Stewart, C., Cornett, R., Baker, J. S., Gu, Y., Dutheil, F., & Ugbolue, U. C. (2025). The Role of Lower Limb Kinetics in Boxing Punches and the Impact of Fatigue on Biomechanical Performance. Bioengineering, 12(12), 1355.
- [8]Thomson, E., Lamb, K., & Nicholas, C. (2013). The development of a reliable amateur boxing performance analysis template. Journal of Sports Sciences, 31(5), 516–528.
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